Le cinque vite delle donne di Milano

Le Donne di Milano hanno cinque vite: spesso non per libera scelta, è il contesto che le costringe ad essere così. Le donne di Milano infatti a volte vorrebbero essere le donne di un paesino della costa toscana o pugliese, dove il tempo scorre un po’ più lento, le preoccupazioni sono più condivise, i figli più al sicuro e i mariti meno stressati dal lavoro. Invece no. Le donne milanesi sono nell’occhio del ciclone tutti i giorni. Ed è grazie alla loro perizia che riescono a mantenersi al centro della tempesta, dove tutto è un po’ più calmo, mentre tutt’intorno è un tourbillon di venti ed eventi.

E’ un destino scritto nel Dna del Gentil Sesso nato e cresciuto a Milano: attraversare l’esistenza inventandosi per ogni epoca della propria vita un ruolo e uno scopo. Ci sarebbero tantissimi esempi di celebri donne di Milano a cui far riferimento, ma ne prendiamo in considerazione solo una, provando a tracciare un parallelismo tra questa e la vita moderna delle donne milanesi.

Cristina Trivulzio Belgiojoso nasce nel 1808 in Piazza Sant’Alessandro. Nella prima parte della sua vita, fino alla nascita della figlia nel 1838, Cristina è una giovane donna affascinante e curiosa del mondo che si ribella a un matrimonio combinato e sposa Emilio Belgiojoso. Dopo aver capito che il giovane e nobile conquistatore (di donne, non di terre) è un poco di buono, Cristina prende in mano la propria esistenza e se ne va in giro per l’Europa. A Parigi apre un salotto dove tra gli altri passano (innamorandosi tutti della bella Cristina) Alfred de Musset, scrittore e drammaturgo romantico, Honoré de Balzac, uno dei massimi autori francesi del XIX secolo, Franz Liszt, compositore, il poeta tedesco Heinrich Heine e Vincenzo Bellini, compositore italiano. Cristina Belgiojoso diventa amica di personaggi come Augustin Thierry, Adolphe Thiers e di François Mignet. Di quest’ultimo si innamora e rimane incinta.

Un po’ quello che accade nella prima parte della vita delle giovani donne moderne di Milano. Un’esistenza tesa ad uscire dagli schemi e dai luoghi comuni, proiettata nel mondo di una città che tanto offre, ma che al contempo è capace di metterti ai margini se non la prendi di petto. Le ragazze tra i 15 e i 30 anni che nascono e vivono a Milano lo sanno bene: è un duro lavoro di studio e relazioni quello che le aspetta per diventare forti e per mettere le basi per un’esistenza competitiva, dove, come nella famosa Savana, tutti i giorni si è un po’ preda e un po’ predatore, anche senza volerlo.

Nel 1839 nasce la figlia Maria e Cristina Trivulzio Belgiojoso entra nella sua seconda vita. Convinta di potersi dedicare alla sua bimba, si trova invece a combattere con le istituzioni che non le garantiscono il welfare minimo necessario. E così diventa donna pratica e decisa, fa costruire un asilo e poi scuole, maschili e femminili, con l’aristocrazia milanese che la guarda con sospetto perché non capisce che bisogno ci sia di garantire istruzione ai figli dei contadini. Tra questi Alessandro Manzoni.

Un destino condiviso dalle moderne donne di Milano, che superata la prima difficile fase della vita si trovano catapultate nella realtà. Ed è un mondo difficile quello che si para davanti a loro, un mondo in cui quelle che dovrebbero essere garanzie diventano invece motivo di preoccupazione e di fatica, tutto da conquistare palmo a palmo. Ma come ‘la Cristina’ le donne di Milano si rimboccano le maniche e sfidano gli ambienti mellifui o protervi per garantire ai propri affetti e al proprio ‘io’ i giusti spazi di sopravvivenza.

Arrivano gli anni dei Moti del ’48 e Cristina Trivulzio Belgiojoso non si fa pregare per entrare nella terza fase della sua vita, quella che la vede protagonista come rivoluzionaria e al contempo grande innovatrice. Dopo aver aderito ai moti delle 5 Giornate di Milano, Cristina prende parte a quelli della Repubblica Romana dove si distingue perché crea il corpo volontario delle ‘infermiere’ che si adoperano negli ospedali dove arrivano gli insorti feriti. Tra le volontarie Cristina non si fa scrupoli di assoldare dame, borghesi e anche prostitute. Questo naturalmente le attira gli strali del clero costringendola alla fine dell’avventura a cercare rifugio in terre lontane.

La terza vita delle donne di Milano è quella del distacco dai problemi personali per iniziare la lotta su terreni più ampi, nel mondo del lavoro e degli affetti da consolidare. Poco prima dei 40 anni le donne di Milano sono piene di sé e consapevoli del loro ruolo nel mondo e nella città: ormai dominano il territorio, sono promotrici di moti rivoluzionari che le vedono protagoniste della vita quotidiana, diurna e notturna, ormai indifferenti al giudizio e pronte a giudicare senza timore. E’ il periodo che precede la prima maturità, quella della piena consapevolezza e del bisogno di trovare spazi dove affermare la propria personalità oltreché la propria persona.

All’inizio del 1850 Cristina deve trovare un po’ di pace interiore. E’ per questo che si rifugia verso Oriente, viaggia tra la Cappadocia, la Turchia, l’Anatolia, la Siria e la Terra Santa. Viaggia ormai con occhio disincantato e anche in quelle lande cerca di mettere a frutto il proprio ingegno e la propria determinazione. Fonda così in Cappadocia una colonia agricola per rifugiati italiani e per i contadini locali. L’esperienza si rivela davvero difficile al punto che dopo un paio d’anni viene abbandonata, ma lascia nell’animo di Cristina un’ulteriore cicatrice che la rafforza. Quando arriva in Palestina non si fa scrupoli di criticare la società che per gli intellettuali europei era un Oriente Esotico, una società invece decisamente maschilista e pigra.

Per le donne di Milano del XXI Secolo siamo nel pieno “Nel mezzo del cammin di nostra vita”, quello della maturità, ma anche quello in cui la psiche inizia a reclamare il suo spazio e a voler risolvere gli insoluti. E’ il momento in cui molte donne moderne cercano un aiuto che le sollevi dai sensi di colpa, dalla mancanze ereditate dall’infanzia, dai turbamenti di piccoli fallimenti che assumono sembianze di mostri che attanagliano e fanno male. E’ quindi il momento della riscossa personale, quella più intima, che sfocia in una consapevolezza totale del sé, del proprio essere, del proprio ruolo, del distacco definitivo senza rimorsi dalla prole e anche un po’ dal marito. E’ il momento della verità, quando i fantasmi vengono vaporizzati e la voglia di vivere non è più solo un pensiero giocoso, ma un valore vero.

Quando Cristina intorno al 1860 è di nuovo a Milano, nella sua villa di Locate Triulzi, non si limita a fare la nonna della nipotina, ma è ormai una donna completa e orgogliosa della sua vita. Mai stanca e indomita fonda un giornale, elabora saggi sulla condizione della donna. Scrive:
Vogliano le donne felici ed onorate dei tempi avvenire rivolgere tratto tratto il pensiero ai dolori ed alle umiliazioni delle donne che le precedettero nella vita, e ricordare con qualche gratitudine i nomi di quelle che loro apersero e prepararono la via alla non mai prima goduta, forse appena sognata felicità!
Cristina Trivulzio Belgiojoso muore felice ed appagata il 5 luglio 1871.

Le donne di Milano del secondo decennio del 2000 sono ben consapevoli del valore delle loro mamme, nonne e bisnonne. Talmente consapevoli da non perdere occasione di ribadire il proprio ruolo-potere nel mondo e sulla città. Le donne dai 50-70 anni che camminano sicure nel centro di Milano, hanno lo stesso spirito delle 20-30enni, ma una consapevolezza del proprio essere decisamente maggiore, un orgoglio del loro essere donna, madre, nonna che niente può scalfirlo. Padrone di se stesse e del mondo attraversano la città dominandola, senza avere più richieste, ma pronte a dare risposte forti e concrete a tutte le domande.

Alle donne moderne di Milano va tutto il nostro rispetto e ringraziamento per riuscire giorno dopo giorno a rendere un pochino migliore questa città e questo mondo.

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