Caffè storici di Milano: 5 bar per rivivere la Storia

Tra le tante storie che Milano ha da raccontare, una delle più intriganti riguarda i suoi caffè storici: bar che fin dall’inizio del XIX secolo sono diventati luoghi di ritrovo per intere generazioni. Quindi non semplicemente locali dove fare un happy hour o bere un caffé, dove gustare cibi dolci o salati, ma veri e propri club esclusivi per condividere passioni ed emozioni.

I muri e i banconi dei caffè storici di Milano hanno ascoltato milioni di storie, hanno accompagnato milioni di vite, hanno dato un attimo di pace e piacere a milioni di personalità diverse. Certo ci sono antichi bar nelle viette del centro storico di Milano dove solo chi ha un budget illimitato entra tutti i giorni, ma anche lì un caffè e un pasticcino sono per tantissimi milanesi un piacere per lo spirito. Ai turisti in visita a Milano consigliamo di non perdersi almeno un paio di questi locali storici. Un piacere fin dall’esterno, con le dolcissime vetrine sempre vestite a festa.

Bar Magenta, un’icona della Milano da Bere

Il Bar Magenta è un locale frequentato da un mondo eterogeneo di persone, dai Signori della Milano aristocratica ai giovani universitari, dai rivoluzionari di Destra e di Sinistra agli artisti più famosi o più sconosciuti, dai manager dediti allo struscio ai rampolli della buona borghesia fuori Corso. “Andare al Magenta” è un must, ma è anche prassi quotidiana, è un po’ da snob, ma anche un evento molto normale.

È uno dei locali storici di Milano non solo per l’età avanzata, ma anche perché la storia della città è passata tutta da qui. Rimasto immutato nell’arco della sua vita, posto sull’angolo tra Via Carducci e Corso Magenta, con l’arredamento déco e il bancone circolare con rilievi in peltro ed argento, è da sempre uno dei più famosi, frequentati, imperdibili locali di Milano.

Il Magenta è un’icona della città, così come il Duomo e il Castello sforzesco. Intere generazioni di persone qui hanno bevuto un drink e mangiato i suoi famosi panini, si sono rifugiate nei momenti di tristezza e allegria, di rabbia e di passione.

Al Gin Rosa, aperitivi personalizzati

Il Bar caffè Gin Rosa è un ottimo esempio del detto: “Gli uomini passano, le idee restano e continueranno a camminare sulle gambe degli altri uomini“. Il locale infatti è in Galleria San Babila dal 1860, ma nel tempo ha cambiato diversi proprietari.

Nato come Bottiglieria del Leone diventa Caffè Canetta dal nome del successivo proprietario, colui che inventa il primo aperitivo della casa, il Costumé Canetta, bevanda dolciastra a base di fiori di assenzio distillati. All’inizio del ‘900 il nuovo proprietario, Luigi Donini, personalizza l’aperitivo con l’aggiunta del Bitter, dando vita alla Mistura Donini, ma cambia anche la fisionomia del locale: non più solo luogo di ritrovo dell’aristocrazia milanese, ma uno spazio adatto al frenetico via-vai di clienti indaffarati.

Nel 1950 Donini cede l’attività alla famiglia Marangione, che per non essere da meno inventa il mitico Gin Rosa, che darà il nome al locale. Il Gin Rosa è un aperitivo-infuso a 25° realizzato con 32 ingredienti (tra cui erbe, bacche e radici) da bere semplicemente shakerato con ghiaccio oppure come base per altre bevande come il Rosa alla Fragola, lo Spritz Rosa con Prosecco, l’American Rosa con Vermuth e Angostura, il Rosajto con arancia, zucchero di canna e foglie di menta, la Rosa Colada con ananas e crema di cocco, ecc. Nel 1999 il nuovo gestore è la società Gin Rosa dei signori De Luca. Siamo in attesa che inventino un nuovo personalissimo aperitivo.

Cafè Bistrot Savini, al tavolo con la storia

Gentile turista. Quando ti siedi ai tavolini del Cafè Bistrot Savini in Galleria Vittorio Emanuele, ordina pure il tuo aperitivo, ma mentre lo sorseggi chiudi gli occhi e mettiti in ascolto. Se ti concentri e lasci andare i pensieri, riuscirai a sentire le voci della Storia Contemporanea che qui si è seduta a gustare un momento di tranquillità. Perché in questo locale è passato il mondo, delle arti tutte, della politica, della letteratura, del libero pensiero, della vanagloria e del successo.

Perdonaci, caro turista, il parzialissimo elenco con cui ti tediamo, ma vogliamo che tu sia consapevole di dove ti trovi. Puccini, Marinetti, Verdi, De Chirico, Callas, Agnelli, Chaplin, Sinatra, Hemingway, D’Annunzio, Luchino Visconti, Henry Ford, Ranieri e Grace di Monaco, Ava Gardner, Totò, Eugenio Montale. Ci perdonino gli altri premi Nobel, Pulitzer, Oscar, Orso d’Oro e quant’altro che non abbiamo citato.

La storia del Savini inizia nel 1867 come locale molto innovativo, la Birreria Stocker. Nel 1881 viene rilevato da Virgilio Savini che lo trasforma nel 1884 nel Savini, un elegante caffè-ristorante punto di approdo del bel mondo nel dopo-teatro alla Scala e al Teatro Manzoni. Poche le ristrutturazioni fino al 2008 quando viene rilevato dalla famiglia Gatto.

Oggi il Savini è un’impresa vera e propria: è un ristorante gourmet al primo piano, un bistrot a livello della Galleria e una food boutique al piano inferiore con una proposta di centinaia di prodotti dell’alta gastronomia italiana ad esclusivo marchio Savini. Al Caffé-Bistrot si gustano anche piatti veloci della cucina nazionale, sia nella sala interna arredata con marmi, affreschi e stucchi, sia nel dehor affacciato all’interno della Galleria Vittorio Emanuele II.

Al Camparino, i migliori cocktail con il Campari

Capolavoro dello stile Liberty, con il bancone dall’ebanista Eugenio Quarti (che ha realizzato arredi per palazzo Castiglioni a Milano e l’Hungaria Palace Hotel al Lido di Venezia), i lampadari dell’artigiano del ferro battuto Alessandro Mazzucotelli (suoi anche i lampioni di Piazza Duomo) e le decorazioni floreali di Angiolo D’Andrea (che ha creato anche i mosaici a villa Visconti di Modrone-Erba a Cernobbio), il Caffè Camparino è uno dei più famosi e prestigiosi spazi commerciali di Piazza del Duomo a Milano.

Inaugurato come ristorante e bottiglieria da Gaspare Campari nel 1867 alla presenza di re Vittorio Emanuele II, nel 1915 diventa il Bar Camparino e vanta un innovativo sistema di mescita: dallo scantinato un impianto idraulico faceva fluire di continuo seltz ghiacciato fino al bancone. A metà Anni ’20 il locale assume l’aspetto in stile Liberty che ancora si può ammirare. In quel periodo è Guglielmo Miani, un sarto pugliese arrivato a Milano vent’anni prima, a rilevare il locale che diventa così il Caffè Miani. All’inizio degli Anni ’80 la società Davide Campari-Milano sottoscrive un accordo che autorizza l’utilizzo dell’insegna ‘Camparino’. L’accordo decade nel 1996, ma per fortuna è sempre difficile non fare i conti con la tradizione e così, in pompa magna, il 3 gennaio 2012 a distanza di 16 anni, l’insegna del Camparino è tornata a troneggiare sul locale.

Ça va sans dire al Camparino la specialità della casa sono i cocktail a base di Campari, a iniziare dall’Americano (Campari, Vermouth rosso e soda in bicchiere Highball con spicchio d’arancia e scorza di limone), al Negroni (Campari, Cinzano Rosso e Gin in bicchiere Rock con Spicchio d’arancia) al sofisticato Campari Orange Passion (1,1/4 di Campari, 1 bar spoon di zucchero di canna, 2 Spicchi di arancia, spremuta o succo d’arancia in un bicchiere Juice e ciliegina cocktail)

Bar Jamaica, caffè degli artisti nel cuore di Brera

Uno dei locali mitici di Milano, in Via Brera 32. “Ci troviamo al Giamaica” è una locuzione che intere generazioni hanno pronunciato milioni di volte e ancora oggi è prassi quotidiana per un insieme di persone davvero molto eterogeneo. Perché se una volta il Jamaica era il punto di ritrovo soprattutto di artisti del pennello e della penna (tra gli altri, Tassinari, Treccani, Fontana, Ungaretti e Quasimodo), oggi al Jamaica entrano studenti, operai, manager, professionisti, nullafacenti, turisti e modaioli che possono tranquillamente sentirsi tutti nel proprio locale.

E’ questo essere così eclettico che rende il Bar Jamaica un mito, anche grazie alla forza di volontà della famiglia Mainini che lo gestisce da tre generazioni. Elio Mainini aveva ereditato il locale dal padre quando aveva 17 anni, quando si chiamava Ponte di Brera, ma lui, senza pensarci un attimo, lo ribattezza Jamaica. Quando Elio muore, il 16 febbraio del 2001 all’età di 71 anni, l’intera ‘Milano da Bere’ entra in lutto. Uno dei più famosi aneddoti sul Bar Jamaica racconta che fin dal 1921 Benito Mussolini si sedeva a questi tavolini a scrivere gli articoli per “Il Popolo d’Italia”. Un bel giorno del 1922 sparì improvvisamente lasciando un lungo conto da pagare. Fu il primo dei tanti personaggi illustri rimasti debitori del locale. Un altro aneddoto riguarda il fondatore Elio. Si attribuisce al suo essere burbero e al suo sarcasmo il fatto che molti abbandonarono per vergogna la carriera artistica. Finendo per diventare noti Presidenti del CdA di importantissime imprese.

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